Un’intervista a Tomaso Montanari per l’Unità

Nell’Emilia colpita dal sisma
l’arte va rifatta com’era»

mirandola chiesa terremotata lp 720
L’anno scorso, il 5 maggio, ci fu la chiamata a raccolta di storici dell’arte, architetti e professionisti affini a L’Aquila per vedere con i propri occhi il terremoto che non era finito con le scosse. Vennero tanti giovani, venne l’ex ministro Bray, la giornata tra i ponteggi e le rovine fu drammatica e appassionante al tempo stesso: l’ideatore di quella giornata fu Tomaso Montanari, docente all’università Federico II di Napoli, a oggi il polemista più temuto insieme a Settis da chi gestisce cose e potere nel patrimonio artistico. Quest’anno si fa il bis domenica 4 maggio però in una cittadina che ha subito i colpi delle forti scosse del 20 e poi del 29 maggio 2012 in Emilia, Lombardia e Veneto, ovvero a Mirandola, nel modenese. Stavolta la paternità dell’idea spetta a Italia Nostra che però ha voluto lo studioso come Virgilio per colleghi, appassionati e cittadini consapevoli che palazzi e chiese e opere d’arte sono il fascio di nervi che tiene in funzione i neuroni rimasti a noi italiani.
Emilia: se l’uomo innesca terremoti di A. Comaschi

MIRANDOLA, CHIESA DEL GESU’ DOPO IL SISMA

Montanari, da dove viene l’idea di una giornata a Mirandola? 

«Non è un’idea mia stavolta, è una richiesta molto forte venuta da Italia Nostra dell’Emilia – Romagna. A Mirandola il problema non è drammatico come a L’Aquila, è più sottile e ha comunque ripercussioni pesanti».

E quale ritiene sia il problema? 

«In Emilia ha prevalso una linea drastica sui monumenti danneggiati che ha avuto il culmine in abbattimenti come quello del municipio di Sant’Agostino. Qui il pericolo è che si distinguano con una eugenetica del territorio i pezzi pregiati da salvare e quelli da non salvare. Di quel municipio si disse che non aveva importanza ma èuna visione commerciale da top ten, era un edificio comunque di oltre 70 anni e vincolato. E conta il tessuto del territorio».

Cosa contesta di questa impostazione? 

«L’idea che quando un monumento è troppo danneggiato o lo si lascia come rudere o lo si abbatte. Tra alcuni storici del restauro, architetti e dirigenti dei beni culturali del ministero in Emilia Romagna passa la linea del “com’era ma non dov’era”. E questa linea trova consensi tra i vescovi che stanno per bandire concorsi per rifare chiese. È un purismo formale legato a un pensiero alla Ruskin (il letterato, esteta, disegnatore e critico d’arte inglese di metà 800 innamorato dell’Italia, ndr) dove conta la materialità delle pietre. La trovo una posizione intellettualistica che, senza cattive intenzioni, è bene dirlo, si salda con la speculazione e con l’interesse di lavorare per tanti architetti».

A L’Aquila però il dramma è ben diverso, lì le persone non abitano nemmeno più nei loro luoghi storici, nelle case, il centro storico è un cantiere pur se molti lavori sono partiti, almeno nell’ultimo anno, … 

«Non è solo un problema estetico ma civile e sociale: questi monumenti e architetture sono la mappa della vita di una comunità. Al cittadino non importa se la chiesa ha le solite pietre. Il concetto di ricostruire un monumento “com’era e dov’era” è stato fondamentale nella storia italiana: nel caso contrario non avremmo in ponte di Santa Trinita di Firenze né il Tempio malatestiano di Rimini, che furono ricostruiti anche pesantemente cercando di rifare quel che non c’era in modo simile o nel modo più simile possibile. Se non si fosse seguito quel principio per secoli oggi saremmo in un’Italia diversa».

La chiamata a raccolta del 4 maggio a cosa serve? 

«A ribadire il motto “com’era dov’era” in opposizione al motto “com’era ma non dov’era”.

A costo di ripeterci, ma in Emilia lo scenario del dopo sisma è molto differente da quello abruzzese. 

«Certo, le cose sono andate meglio ma questo problema esiste e gli storici dell’arte devono esserne consapevoli, non possono essere interessati solo agli oggetti originali, devono interessarsi ai luoghi più che alla conversazione feticistica di un pezzo. Ritengo sia meglio rischiare un falso storico che rischiare la perdita di identità d una comunità e quindi la giornata di Mirandola è in continuità con quella de L’Aquila. Ed è un’occasione per riparlare della città abruzzese, infatti verranno anche cittadini aquilani. D’altronde nella zona ci sono ancora monumenti chiusi: la Galleria Estense, a Mantova la Camera degli sposi del Mantegna…»

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