A Mirandola per il patrimonio di tutti

di MARIA PIA GUERMANDI   03 Maggio 2014

Domenica prossima, 4 maggio, a Mirandola, in provincia di Modena si terrà la manifestazione “com’era, dov’era” per discutere con architetti, storici dell’arte, cittadini i problemi della ricostruzione post terremoto, in particolare per quanto riguarda i centri storici e il patrimonio culturale. Organizzata da Italia Nostra Emilia Romagna assieme a Tomaso MontanariCom’era, dov’era si pone in ideale continuità con L’Aquila 5 maggio che un anno fa richiamò nel capoluogo abruzzese uno straordinario pellegrinaggio laico di storici dell’arte, restauratori, archeologi chiamati a dare la sveglia per la ricostruzione del centro storico rimasto, dopo il sisma, per anni congelato in uno stato di abbandono quasi totale.

Le due aeree colpite presentano fra di loro molte differenze: nei centri emiliani si sono per fortuna evitati molti degli errori derivati dalla gestione commissariale della Protezione Civile che in Abruzzo condusse manu militari le operazioni di soccorso e tutta la prima fase della ricostruzione, fino allo scoppio degli scandali che travolsero la gestione Bertolaso. Pur se le lentezze burocratiche e i ritardi non sono mancati neanche in Emilia, qui il tessuto civile e amministrativo ha reagito con maggiore prontezza e le strutture economiche sono state ricostruite abbastanza in fretta.
Non altrettanto è successo, invece, per quanto riguarda il ricco e diffuso patrimonio culturale, costituito da decine e decine di rocche e castelli, torri, ville signorili, palazzi storici e da circa 400 edifici religiosi sparsi sul territorio. In questo caso, la mancanza ormai strutturale di risorse del Ministero dei Beni culturali si è unita, nelle prime fasi della messa in sicurezza, ad una gestione caratterizzata da incertezze, lentezze ed errori, come è accaduto, ad esempio, nel caso di molte demolizioni di strutture storiche.

Poi, a pochi mesi dal sisma, nel dicembre 2012, una legge (16/2012) sulla ricostruzione della regione Emilia Romagna, ha aperto un varco pericoloso in quel sistema di tutela dei centri storici che costituiva, dagli anni ’70, uno dei vanti dell’amministrazione emiliana. Gli elementi sono quelli, consolidati, dell’urbanistica contrattata di queste ultime tristi stagioni di cementificazione: deroga dagli strumenti ordinari di pianificazione, possibilità di annullamento dei vincoli, incentivo alle delocalizzazioni.
Questo allentamento vistoso delle regole si salda ben presto con l’aporia culturale dimostrata da taluni settori del Mibact che finiscono sedotti dal nuovo mantra propugnato, non per caso, dagli ambienti accademici:dov’era, ma non com’era. La formuletta sembra la soluzione, rapida, semplificatoria, per risolvere i problemi connessi alla ricostruzione: da quelli economici a quelli tecnici.
Perchè affannarsi a restaurare, quando è più semplice, più economico anche ai fini dell’efficientamento energetico, demolire e ricostruire anche con materiali e forme in tutto o in parte profondamente diversi dagli originali? In questo modo si aprono per schiere di architetti, praterie sterminate per sperimentare il progetto del “nuovo”, in quanto tale ontologicamente migliore del “vecchio” e precedente.

I progetti di cui abbiamo preso visione in questi mesi ci restituiscono una ridicola galleria di esercitazioni architettoniche quasi sempre del tutto slegate dal contesto urbano e paesaggistico, dalle consuetudini tipologiche che caratterizzano le nostre zone (penso ad esempio a quel prezioso spazio pubblico rappresentato dai portici) o anche solo, molto più semplicemente, alle condizioni meteorologiche: complicato soggiornare in ambienti completamente vetrati nell’afa canicolare delle estati padane…
Per molto tempo, solo poche voci, su tutte quella di Italia Nostra, hanno proposto ragioni diverse: quelle di un restauro consapevole, innovativo nelle metodologie al punto da saper coniugare il “com’era, dov’era” alle esigenze antisismiche e di risparmio energetico. È proprio in questo, cioè nella capacità di innovare le pratiche del restauro in modo da renderle più sicure e adatte al recupero di interi brani di tessuto edilizio storico che occorre sperimentare, non nello stravolgimento delle forme.
Il problema non è economico: restaurare non costa più che costruire ex novo, ma è più complesso e richiede competenze tecniche di alto livello e assieme una conoscenza del territorio, in tutti i suoi aspetti, profonda: gli unici strumenti veramente efficaci perchè questo paese – l’Emilia, l’Italia – possa ripartire.

Per raccontare queste ragioni, domenica 4 maggio, invitiamo a Mirandola tutti i cittadini delle zone terremotate e tutti coloro che credono che la difesa del nostro patrimonio culturale e dei nostri centri storici sia problema collettivo di primaria importanza, che riguarda la qualità della nostra vita e il senso del futuro che vogliamo trasmettere a chi verrà dopo di noi.
Vi aspettiamo.

Il programma e le informazioni logistiche sull’iniziativa “Mirandola, 4 maggio, dov’era, com’era”

L’articolo è pubblicato, contemporaneamente, su L’unità on-line, “nessundorma”mirandola

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